La notte di Cutro 3 marzo 2024
Il 25 Febbraio, alle 18:30 si è dato avvio ad una settimana di mostre e incontri sulle migrazioni presso Onirica Spazio Creativo – Catania per commemorare la notte di Cutro del 2023.  Un anno fa, nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023, un barcone si disintegrò di fronte a Steccato di Cutro (CZ), causando la morte di novantotto persone. Domenico Fabiano documentò l'evento con video e foto. La mostra "La notte di Cutro", fino al 3 marzo, include anche le foto di Giuseppe D’Amico. Il 3 marzo, nel dibattito finale che chiude la mostra, interverrà Augusto Gamuzza, presidente di OfficinaSocialeCOPE.
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Dallo spaziocidio al genocidio: Riflessioni sulla guerra a Gaza (articolo completo)
Dallo spaziocidio al genocidio: Riflessioni sulla guerra a Gaza Sari Hanafi* Francesca Greco**   Abstract The essay on the Israeli-Palestinian conflict critically examines the Palestinian perspective, encompassing historical, political, emotional, and transgenerational dimensions. Written by a Palestinian sociologist with a refugee camp upbringing, the essay emphasizes the moral and social responsibility of war, challenging readers to understand the impossibility of neutrality for those directly involved. It scrutinizes the failure of the Oslo Accords, condemning increased Israeli oppression and the erosion of Palestinian rights. Introducing the concept of "spatiocide", the text characterizes the Israeli colonial project as an attempt to eliminate the Palestinian population. Analyzing the acceleration of Israeli aggression since 2005, it exposes violations of international laws, questioning the portrayal of Palestinian casualties as mere "collateral damage". The essay delves into the Western world's responsibility in supporting Israel, highlighting an Islamophobic secularism-dominated narrative. It questions this perspective, examining Hamas's role as a response to political failures and resistance against the Israeli colonial project. Ultimately, the author urges a more balanced dialogue, prompting the international community to reflect on the absence of solutions to the Palestinian cause and the resulting risks of instability in the Middle East.   Keyword: genodice, spaciocide, Gaza, Israeli-Palestinian conflict   Dallo spaziocidio al genocidio: Riflessioni sulla guerra a Gaza È difficile riflettere emotivamente e mentalmente, quando la voce delle armi mette a tacere quella della ragione. In quanto palestinese cresciuto in un campo profughi, che vive con il trauma transgenerazionale delle atrocità israeliane commesse contro il popolo palestinese, mi chiedo come si possa analizzare la guerra in corso senza assumersi tutta la responsabilità morale e sociale che essa comporta. Alcuni giustificano Hamas usando la storia della violenza israeliana nella regione, altri invece, ritengono che si possa chiedere ai palestinesi di essere moralmente misurati, mentre si viene disumanizzati o trattati da “animali umani” dagli avversari. Credo che la riluttanza di alcuni di noi a esprimere giudizi morali sulle azioni di Hamas, anche se apparentemente sbagliate o politicamente disastrose, e assumendo una posizione da osservatore distaccato sia dovuta all’impossibilità di sapere come si agirebbe, o reagirebbe, se si vivesse in una prigione a cielo aperto e nella stessa terribile realtà. A mio parere, infatti, bisognerebbe usare lo stesso metro per condannare qualsiasi attacco che non discriminasse tra civili e combattenti, indipendentemente dal contesto per riflettere sulla guerra israelo-palestinese. La lunga storia di uno spaziocidio L’operazione al-Aqsa Flood è stata associata da molti alla guerra del 6 ottobre del 1973, durante la quale gli eserciti arabi sorpresero Israele. Tuttavia, non mi trovo d'accordo con questa tesi e penso sia opportuno mettere in evidenza come il conflitto arrivi a trent’anni esatti dalla firma degli accordi di pace di Oslo del 1993 tra l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e Israele. A partire da questi accordi e dalle loro conseguenze, ritengo opportuno condividere alcune riflessioni allo scopo di spiegare, anche se solo parzialmente, come Israele abbia intensificato la sua oppressione: in un crescendo di crudeltà che ha caratterizzato il susseguirsi dei governi, allo scopo di completare l'operazione colonialista di insediamento nella regione, l’eliminazione dei palestinesi e la stabilizzazione del regime di apartheid. L'accordo di pace ha portato alla creazione dell'Autorità Nazionale Palestinese (ANP) nei Territori Palestinesi Occupati (TPO), destinata a fornire un autogoverno ad interim per soli cinque anni, mentre i negoziati risolvevano le questioni centrali in sospeso nel conflitto. Trent'anni dopo, l'ANP rimane attiva, ma sta perdendo la sua legittimità, con il 60% della Cisgiordania sotto il controllo israeliano e l'assedio di Gaza, e in questo lasso di tempo si è assistito alla violazione quotidiana delle leggi internazionali da parte delle forze militari israeliane e dei loro coloni armati. Sebbene sostenga da tempo la costituzione di uno Stato unico (laico e democratico), ovviamente non sono contrario a un processo di pace e non penso che la guerra sia l’unica soluzione per ripristinare i diritti dei palestinesi. Anche se gli accordi di Oslo sono stati considerati da alcuni un processo nato morto, ero comunque tra coloro che Erano ottimisti e ho potuto assistere alla possibilità di creare una dinamica favorevole al raggiungimento di un compromesso da entrambe le parti, almeno per quanto riguarda la condivisione dei territori. Tuttavia, oggi dobbiamo riconoscere che è stato il fallimento degli accordi di Oslo a portare alla situazione disastrosa che stiamo vivendo in questo momento. Nel 1998, quando vivevo a Ramallah, ebbi una lunga discussione sull'assenza di un punto negli accordi di Oslo per fermare gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati con il mio caro amico Ilan Halevi, allora consigliere del Ministro degli Esteri palestinese Nabil Shaath, il quale mi chiese di unirmi a lui la settimana successiva ad una cena con il ministro. Mi recai all’appuntamento molto preparato con le mie critiche, in particolare sugli insediamenti israeliani nei Territori Occupati. Durante l’incontro, Shaath ammise che la soppressione degli insediamenti era stata uno ostacolo ai negoziati e che, pur considerandolo un "grosso errore", non era stato possibile menzionarla, in quanto gli israeliani non avrebbero mai accettato di smettere di costruire. Negli accordi, infatti, era stato possibile indicare solo che: "nessuno può cambiare la geografia senza il consenso dell'altra parte", una frase così vaga che poteva essere interpretata in diversi modi.. In realtà, quindi, i negoziatori palestinesi avevano contato sulla comunità internazionale per costringere Israele a smettere di costruire i suoi insediamenti illegali. Tuttavia, le statistiche delle Nazioni Unite evidenziano come il numero delle colonie sia triplicato nel 2000, passando da 110.000 a 450.000 in soli 7 anni, mentre attualmente il loro numero è stimato a 800.000. Inoltre, Israele sottrae abitualmente l'acqua dalle falde acquifere sotterranee palestinesi per l'uso dei coloni, mentre priva i palestinesi dell'accesso alla propria acqua. Dallo spaziocidio al genocidio Tra il 1999 e il 2004 ho vissuto nei territori palestinesi occupati, nel cuore della Seconda Intifada. A quel tempo, ero molto interessato alla questione dei rifugiati palestinesi, ma anche alla sociologia politica di questo conflitto, ed è stato allora che ho forgiato il concetto di spazio-cidio (Hanafi 2012). Per me, il progetto coloniale dei coloni israeliani è "spazio-cida" (in contrapposizione al genocidio) in quanto prende di mira la terra allo scopo di rendere l'inevitabile trasferimento "volontario" della popolazione palestinese principalmente prendendo di mira lo spazio in cui vive il popolo palestinese. Lo spaziocidio è un'ideologia deliberata con un processo razionale unificato, anche se dinamico, perché è in costante interazione con il contesto emergente e le azioni della resistenza palestinese. Descrivendo e mettendo in discussione diversi aspetti degli apparati militari-giudiziari-civili, è apparso chiaro che la realizzazione del progetto spaziocida diventa possibile attraverso un regime che dispiega tre principi, vale a dire: il principio di colonizzazione, il principio di separazione e lo stato di eccezione che media tra questi due principi apparentemente contraddittori. Tuttavia, dal 2005 la violenza israeliana ha subito un’accelerazione significativa, sfidando tutte le leggi internazionali umanitarie e i diritti umani. Con buona pace di Giorgio Agamben (1998), la fitta descrizione del regime di occupazione mostra che la sospensione della legge e l'abbandono della vita non si sovrappongono completamente. La negazione della cittadinanza palestinese e la sostituzione dello stato di diritto con un insieme di regolamenti, procedure e decreti hanno caratterizzato il regime di occupazione sin dal suo inizio e hanno posto le basi, negli ultimi anni, per un abbandono più attivo e violento della vita palestinese (Agamben 1998). A dimostrazione di questa brutalità israeliana, secondo le statistiche delle Nazioni Unite dal 2008 fino alla fine di agosto del 2023, sono 6.407 i palestinesi uccisi dalla macchina militare israeliana e dai coloni, contro 308 israeliani, un rapporto 21 a 1, lo stesso rapporto che si ha per i feriti (152.560 palestinesi contro 7.307 israeliani). Solo da gennaio a settembre 2023, oltre 223 palestinesi e quasi 30 israeliani sono stati uccisi senza una seria copertura da parte dei media occidentali. Dal 7 ottobre a Gaza sono stati uccisi 1.200 israeliani, tra cui 22 bambini, contro oltre 30.000 palestinesi, tra cui 11.000 bambini. Israele era solito fissare il tasso di cambio tra un essere umano israeliano fino a 21 volte di più di un “animale” palestinese. Ancora oggi alcuni ministeri israeliani raccomandano l'espulsione di tutti i palestinesi da Gaza.[1] La disperazione genera nichilismo: ricordiamoci la massima "guardatevi dall'uomo che non ha nulla da perdere", resisteranno mentre Israele sta conducendo la sua seconda nakba genocida contro i civili di Gaza. Tutte queste perdite non possono essere lette come danni collaterali, come l'esercito israeliano ha spesso dichiarato. Si tratta infatti di un genocidio dal punto di vista giuridico che, secondo il diritto internazionale, viene definito dall' “intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, in quanto tale”. Questa è la definizione data dalla Convenzione delle Nazioni Unite sulla prevenzione e la repressione del crimine di genocidio del dicembre 1948. Il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant ha reso perfettamente chiaro questo intento genocida il 9 ottobre, quando ha dichiarato: “Stiamo imponendo un assedio completo a Gaza. Niente elettricità, niente cibo, niente acqua, niente carburante. Tutto è chiuso. Stiamo combattendo gli animali umani e agiremo di conseguenza”.   [2]   Questo ghetto è sotto assedio israeliano (con la complicità dell’Egitto) dal 2007. Non esiste alcun santuario con una piccola terraferma, lunga 40 km e larga solo circa 8 km, poiché attualmente Israele ha tagliato cibo, carburante, acqua ed elettricità, provocando una spaventosa crisi umanitaria. Il 7 Ottobre: è stato un errore strategico? Non è possibile restare impassibili di fronte all’orrore dell'occupazione israeliana in Cisgiordania e in quella della prigione a cielo aperto di Gaza. Perché, allora, ci aspettiamo sociologicamente che la resistenza sia bella? Storicamente non mancano gli esempi: se Norman Finkelstein sottolinea come siano state orribili le rivolte degli schiavi negli Stati Uniti, il sociologo afro-americano W.E.B. Du Bois e il riformatore sociale e abolizionista americano Frederick Douglass non ne hanno nemmeno rilevato la brutalità.[3] David Rovics, invece, associa il 7 ottobre a quanto accadde nella Rivolta del Ghetto di Varsavia durante la primavera del 1943, quando l'Organizzazione Combattente Ebraica costrinse l'esercito tedesco a ritirare le truppe dalla linea del fronte per affrontare un gruppo di civili mezzi affamati e le loro armi fatte in casa nella guerra che stavano perdendo contro l'URSS. Uno scontro in cui nessuno si aspettava che un pugno di ebrei sconfiggesse l'esercito tedesco.[4] Allo stesso modo, oggi, i palestinesi pagano un prezzo altissimo solo per affermare che preferiscono morire in fretta, piuttosto che lentamente, e combattere in piedi per la giustizia e la libertà, piuttosto che morire in ginocchio nell'umiliazione. Complicità politica e militare dell'Occidente  I palestinesi, dopo decenni di silenzio arabo e internazionale nei confronti del continuo progetto coloniale e di apartheid dei coloni israeliani, hanno deciso di opporsi a questa situazione. L' hỳbris (ὕβρις) ha finalmente raggiunto Israele e alcuni paesi arabi e i loro arroganti leader. I leader israeliani si sono a lungo ritenuti invincibili e hanno ripetutamente sottovalutato i loro nemici. Si può parlare grosso modo di una divisione della comunità internazionale: il nord del mondo propenso alla sproporzionata rappresaglia di Israele contro il sud del mondo favorevole al cessate il fuoco e al processo di pace con il forte appoggio di Iran, Russia e Cina. Le manifestazioni, nonostante alcuni divieti, sono state colossali in quasi tutte le principali città del mondo, compreso l'Occidente. In effetti, il bombardamento israeliano dell'ospedale arabo al-Ahli a Gaza, fondato nel 1882 e gestito dalla chiesa anglicana, ha ucciso quasi 500 palestinesi scatenando l'indignazione globale per il massacro di persone, molte delle quali si stavano rifugiando dagli implacabili bombardamenti israeliani dell'enclave assediata. Nonostante le verifiche indipendenti[5], alcuni media e politici occidentali hanno sposato l'affermazione israeliana che questo ospedale è stato semplicemente bombardato. È giunto il momento che gli israeliani, gli americani, gli inglesi, i francesi e i tedeschi ascoltino le lezioni della storia. Il loro modo di rendere anonimi i colpevoli li rende complici. Il loro prolungato rifiuto di piangere i bambini e i civili palestinesi che sono stati uccisi viola i puri valori liberali che sostenevano. Quante volte abbiamo sentito dire che Hamas vuole distruggere Israele senza porsi la stessa domanda: come Israele stia effettivamente distruggendo i Territori Occupati? Alcuni di questi paesi, in particolare la Germania e la Francia, non solo sostengono il progetto coloniale israeliano, ma vietano qualsiasi manifestazione e la possibilità di portare una bandiera palestinese o una Kofiyya, pretendendo che sarebbe un atto antisemita sottoporre Israele agli standard del diritto umanitario internazionale, gli stessi diritti che si utilizzano per valutare la condotta di Hamas. Questi paesi accettano che il diritto di Israele ad esistere sia uguale a quello di annientare il popolo palestinese, sterminandolo in massa come a Gaza, o lentamente come in Cisgiordania. Ai sensi della 4° Convenzione di Ginevra, Gaza resta un territorio occupato e, di conseguenza, Israele è tenuta a garantire la sicurezza della popolazione civile di quella zona. Per questa ragione, il discorso israeliano sulla "guerra" e sul "diritto all'autodifesa" è inapplicabile. Questo non riguarda solo i politici che hanno a cuore gruppi di interessi necessari per la loro rielezione, ma anche molti accademici. Attualmente, si possono leggere le critiche alle azioni israeliane a Gaza sul quotidiano israeliano Haaretz più di quanto sia possibile trovarle in molti giornali europei. Anche l'Associazione Sociologica Israeliana è più critica nei confronti della violazione israeliana delle leggi internazionali rispetto ad altre associazioni nazionali in Europa. Ricordiamo tutti come Robert Badinter abbia giustamente decretato l'abolizione della pena di morte in Francia nel 1981, mentre recentemente sua moglie Élisabeth Badinter, filosofa e femminista, ha sancito la pena di morte collettiva per il popolo di Gaza con la sua dichiarazione. Inutile dire che in Occidente ci sono studiosi onesti e difensori dei diritti umani come, ad esempio, Craig Mokhiber. Il direttore dell'ufficio di New York dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani si è dimesso il 31 ottobre scorso scrivendo una lettera feroce in cui denunciava la complicità delle Nazioni Unite e dell'Occidente negli abusi israeliani. Allo stesso tempo, si assiste per la prima volta all’insorgere di un forte sostegno alla lotta del popolo palestinese nelle università americane così come in quelle europee. Sono centinaia, se non anche migliaia, le petizioni firmate da studiosi occidentali contro la guerra di Gaza e l’occupazione dei TPO, mentre inizia una caccia alle streghe di professori e ricercatori nel Regno Unito, in Francia e Germania, che vengono accusati di “apologia del terrorismo” semplicemente per aver pubblicato un post su Facebook o X esprimendo il proprio sostegno alla causa palestinese,. Attualmente, le autorità politiche occidentali si affidano ai cosiddetti leader arabi moderati per pacificare i palestinesi mentre il progetto coloniale di insediamento va avanti quotidianamente. Si è fatto affidamento sull'accordo tra Arabia Saudita e Israele per prosciugare i finanziamenti provenienti dal settore privato e statale saudita in modo da fare pressione sui palestinesi affinché accettassero una soluzione iniqua rispetto alla loro situazione. Proprio il mese scorso il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, Jake Sullivan, ha dichiarato con sicurezza: "La regione del Medio Oriente è più tranquilla oggi di quanto non lo sia stata in due decenni".[6] In questo senso, una delle dure lezioni del 7 ottobre è che la mancanza di una soluzione alla causa palestinese, il finto senso di stabilità in Medio Oriente e il fallimento dell'immaginazione umanistica e civilizzatrice, hanno portato la regione sull'orlo di un abisso. Ci si potrebbe chiedere perché l'Occidente sia così favorevole al progetto coloniale israeliano. Certo, c'è il ricordo dell'Olocausto, ma c’è anche questa convinzione che Israele sia un paese laico e non possa fare nulla di sbagliato. Se guardiamo a un indicatore dell'estensione degli insediamenti nei Territori Occupati, si può scoprire che i leader israeliani di sinistra, lo hanno fatto più di quelli di destra (Hanafi 2013). Ricordo un discorso pubblico di Alain Touraine alla Scuola di Studi Avanzati in Scienze Sociali (EHESS) di Parigi nel 1993, in cui evocò il "miracolo" israeliano di aver assorbito 150.000 ebrei russi in un lasso di tempo di un anno. Quando ho contestato questo miracolo, in quanto alcuni di questi migranti venivano insediati illegalmente nei territori palestinesi occupati, mi ha risposto: "Quei migranti cambieranno l'equazione: cresciuti in Unione Sovietica, sono laici e quindi sosterranno il processo di pace", senza sapere che avrebbero fondato il partito politico di estrema destra (Israel Our Home) e si sono alleati con il movimento dei coloni religiosi in Cisgiordania. La lettura del conflitto arabo-israeliano resta dominata da un laicismo islamofobico che non può che essere contro Hamas. Questo, venendo considerato alla stregua dell’ISIS, diventa il nemico da eliminare trasformando i palestinesi di Gaza homo sacer (Agamben 1998) che possono essere uccisi senza che i loro assassini rispondano della loro morte. Chi rappresenta i palestinesi? Alcuni contestano il fatto che Hamas rappresenti una parte importante del popolo palestinese. Hamas ha infatti un grandissimo sostegno da parte del popolo palestinese, dei Territori Palestinesi Occupati e della diaspora. È stato eletto dal popolo palestinese nel 2006 e la sua ideologia è stata chiara nei confronti di coloro che l'hanno eletta. In quel momento potei osservare amici cristiani votare a loro favore. Hanno ancora vinto le elezioni del corpo studentesco nelle università palestinesi in Cisgiordania anche negli ultimi 5 anni. La loro popolarità deriva dal fatto che non c'è una soluzione politica con Israele e dalla necessità di rendere costoso per Israele l'attuale progetto coloniale israeliano. Questo lascia i palestinesi con Hamas come l'unico gruppo che lavora effettivamente per i loro interessi in modo reale. Coloro che contestano le azioni di Hamas dovrebbero dirci perché l'Autorità palestinese "moderata" non è stata in grado di costringere Israele a rinunciare alla Cisgiordania e a porre fine all'occupazione. Questa autorità non aveva carte in mano dopo che i suoi leader sono diventati dipendenti dalla loro rinuncia incondizionata alla violenza contro Israele in cambio dei loro mezzi di sussistenza e dell'aiuto dei paesi occidentali e arabi. Violenza e dialogo Non vedo nessun progetto coloniale di insediamento che sia stato sfrattato solo attraverso la negoziazione prima di stabilire un certo equilibrio di potere e questo viene spesso raggiunto rendendo questo progetto costoso in termini di vite umane. L'Algeria ottiene la sua indipendenza dopo 1,5 milioni di martiri e i palestinesi hanno provato la nonviolenza di Gandhi senza alcun risultato almeno per 30 anni dopo il processo di Oslo. La storia non può essere presa come un evento isolato, ma come un movimento e una contingenza. Gli Stati e le società rispettano gli attori forti, per una buona o cattiva ragione, ed è noto come molti paesi riconobbero Israele dopo la guerra del giugno 1967. Attualmente l'Iran si è imposto come un importante attore geopolitico, allo stesso modo di Hamas. Lo tsunami di Al-Aqsa è stato visto dalla gente della mia regione come un modo per ridare dignità ai palestinesi e a coloro che credono nella giustizia. Questo aspetto emotivo e psicologico è molto importante per coloro che hanno difeso la giustizia mentre assistevano a così tante violazioni delle leggi umanitarie e dei diritti umani da parte di Israele. È un punto di svolta, ma non sappiamo ancora in quale direzione. Continuo a sperare che questa guerra costringa Israele e la comunità internazionale a premere per una soluzione politica equa, o almeno per avere un dialogo alla pari tra le parti. Ciò è coerente con il mio recente appello per un progetto dialogico liberale (Hanafi 2023), poiché temo ciò che sembra certo accadrà a Gaza e forse in Libano. [7]   Postfazione Sari Hanafi è un sociologo palestinese di fama internazionale con un percorso accademico che lo ha portato in Italia, Norvegia ed Egitto, dopo aver conseguito il dottorato presso l' École des Hautes Etudes en Sciences Sociales nel 1994 a Parigi in Francia. Attualmente è  professore di sociologia, direttore del Centro di Studi Arabi e Mediorientali e presidente del Programma di Studi Islamici presso l'Università Americana di Beirut, in Libano. La sua carriera si caratterizza per la ricchezza dei riconosciementi per il suoi contributi scientifici e per i ruoli istituzionali che ha rivestito: è stato presidente dell'Associazione Internazionale di Sociologia e Vicepresidente del Consiglio Arabo per le Scienze Sociali. Nel 2019 ha ricevuto una laurea honoris causa dall'Universidad Nacional Mayor de San Marcos a Lima in Perù e, attualmente, è direttore editoriale di Idafat: the Arab Journal of Sociology e autore di numerosi articoli e libri, tra cui The Oxford Handbook of the Sociology of the Middle East (con A. Salvatore e K. Obuse) e Knowledge Production in the Arab World: The Impossible Promise (con R. Arvanitis). Il suo prossimo lavoro, intitolato "Ethics, religion and dialogical sociology", propone una riflessione sulla crescente religiosità in diversi contesti geografici, situandosi nell’intersezione tra sociologia politica e filosofia morale. Il suo saggio sul conflitto israelo-palestinese in atto propone una lettura critica che tiene conto della prospettiva palestinese non solo dal punto di vista storico e politico, ma anche da quello emotivo e psicologico transgenerazionale di chi ne ha fatto esperienza diretta. Cresciuto in un campo profughi, il sociologo palestinese propone una lettura degli eventi che chiama in causa la responsabilità morale e sociale della guerra, sollecitando il lettore a considerare l’impossibilità, per chi è direttamente coinvolto nel frastuono bellico, di assumere una posizione super partes e la necessità, da parte del lettore, di cogliere la prospettiva dell’autore nel guardare alla concatenazione degli eventi. Il saggio sul conflitto israelo-palestinese in atto propone una lettura critica che tiene conto della prospettiva palestinese non solo dal punto di vista storico e politico, ma anche da quello emotivo e psicologico transgenerazionale di chi ne ha fatto esperienza diretta. Cresciuto in un campo profughi, il sociologo palestinese propone una lettura degli eventi che chiama in causa la responsabilità morale e sociale della guerra, sollecitando il lettore a considerare l’impossibilità, per chi è direttamente coinvolto nel frastuono bellico, di assumere una posizione super partes e la necessità, da parte del lettore, di cogliere la prospettiva dell’autore nel guardare alla concatenazione degli eventi. Nel saggio si discute il fallimento degli Accordi di Oslo e la successiva intensificazione dell'oppressione israeliana con la conseguente erosione dei diritti palestinesi. Per comprendere il conflitto in atto a Gaza, l'autore introduce il concetto di "spaziocidio", descrivendo il progetto coloniale israeliano come una forma di sterminio attuato su uno specifico territorio con l’obiettivo di eliminare la popolazione palestinese. Il testo traccia la traiettoria della violenza, evidenziando l'accelerazione dell'aggressione israeliana dopo il 2005, in violazione delle leggi internazionali e dei diritti umani con un ingente costo in termini di vittime da parte della popolazione palestinese. Le statistiche delle Nazioni Unite portate a dimostrazione di quanto asserito sottolineano l'impatto sproporzionato sulla popolazione palestinese, mettendo in discussione l'idea che questi possano essere superficialmente definiti “danni collaterali” del coflittto. Nel saggio, quindi, si affronta il tema della responsabilità del mondo occidentale nel sostegno a Israele, proponendo una lettura del conflitto arabo-israeliano dominata da un laicismo islamofobico in contrapposizione ad Hamas, ed evidenziando il ruolo e la popolarità di Hamas come risposta all'assenza di soluzioni politiche e alla necessità di resistere al progetto coloniale israeliano. In questo senso, l'autore mette in discussione la narrazione occidentale e invita a un dialogo più bilanciato richiamando la comunità scientifica ed internazionale a cogliere una delle dure lezioni del 7 ottobre, vale a dire come la mancanza di una soluzione alla causa palestinese, il finto senso di stabilità in Medio Oriente e il fallimento dell'immaginazione umanistica e civilizzatrice possano aver portato la regione sull'orlo di un abisso.   Riferimenti bibliografici Sari Hanafi, Explaining Spacio-Cide in the Palestinian Territory: Colonization, Separation, and State of Exception, «Current Sociology», 61 (2), 2012, pp. 190–205. Giorgio Agamben, Homo Sacer: Sovereign Power and Bare Life, Stanford, CA, Stanford University Press, 1998. Sari Hanafi, Explaining Spacio-Cide in the Palestinian Territory: Colonization, Separation, and State of Exception, «Current Sociology», 61 (2), 2013, pp. 190–205. .. Sari Hanafi, Toward a Dialogical Sociology: Presidential Address – XX ISA World Congress of Sociology 2023, «International Sociology», 39 (1), 2023, pp. 3-26. * Department of Sociology, Anthropology & Media Studies, American University of Beirut, sh41@aub.edu.lb. Autore del saggio. ** Department of Languages and Literatures, Communication, Education and Society, University of Udine, francesca.greco@uniud.it. Traduttrice del saggio e autrice della postfazione. [1] https://www.972mag.com/intelligence-ministry-gaza-population-transfer/ [2] Si veda https://www.huffingtonpost.co.uk/entry/israel-defense-minister-human-animals-gazapalestine_n_6524220ae4b09f4b8d412e0a. Ci sono molte altre dichiarazioni: il Presidente israeliano sostiene che non ci sono civili innocenti a Gaza e che sono responsabili https://thewire.in/world/northerngaza-israel-palestine-conflict. Si veda anche la dichiarazione pubblica: studiosi e professionisti del diritto internazionale, studi sui conflitti e studi sul genocidio che mettono in guardia dal potenziale genocidio a Gaza. https://twailr.com/public-statement-scholars-warn-of-potential-genocide-in-gaza/. [3] https://forsea.co/professor-norman-finkelstein-on-genocide-in-gaza-an-interview. [4] https://www.counterpunch.org/2023/10/09/the-gaza-ghetto-uprising/ [5] https://www.aljazeera.com/news/2023/10/20/what-have-open-source-videos-revealed-about-the-gaza-hospital-explosion. [6]  https://www.theatlantic.com/international/archive/2023/10/israel-guerra-medio-oriente-jake-sullivan/675580/   [7] Lo studioso di scienze palestinese Yazid Sayigh teme che le ricadute del 7 ottobre accelereranno le tendenze fasciste, paragonandole a Sarajevo nel 1914 o alla Notte dei cristalli del 1938. Si veda https://mondoweiss.net/2023/11/hopeful-pathologies-in-la-guerra-per-la-Palestina-una-risposta-a-Adamo-Shatz/.
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Pubblicato il bando per il Servizio Civile Universale 2023
PUBBLICATO IL BANDO SCU 2023, per svolgere il servizio presso le nostre sedi estere (Albania, Tunisia,Guinea Bissau e Tanzania).
Potete consultarlo al link seguente:
potete inoltre consultare le schede progetto delle nostre sedi cliccando su
Per ulteriori info potete scrivere a cope@cope.it  oppure chiamare allo 095-0933818.
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Premio del Volontariato FOCSIV 2023 a Halima Oulami, Marocco.
       
Anche quest'anno il COPE ha partecipato alla 30esima edizione del Premio del Volontariato FOCSIV  presentando alcune candidature. Con grande piacere, annunciamo che per la categoria "Societá Civile del Sud" si è aggiudicata il premio Halima Oulami presidentessa dell'Association El Amane Pour la Femme et l'Enfant in Marocco con la quale il COPE ha da poco avviato una collaborazione per progetti di sviluppo e emergenza terremoto.
A ritirare il premio a Roma il nostro Presidente Michele Giongrandi e in collegamento dal Marocco la premiata.
Di seguito riportiamo il video di consegna del premio e alcuni articoli a riguardo.
premiazione Halima su Youtube famigliacristiana.it/articolo/i-vincitori-del-30-premio-del-volontariato-internazionale-focsiv osservatore romano_premio del volontariato focsiv 2023      
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Dallo spaziocidio al genocidio: Riflessioni sulla guerra a Gaza - di Sari Hanafi
Traduzione di Francesca Greco
Il saggio proposto dall'Autore sul conflitto israelo-palestinese in atto propone una lettura critica che tiene conto della prospettiva palestinese non solo dal punto di vista storico e politico, ma anche da quello emotivo e psicologico transgenerazionale di chi ne ha fatto esperienza diretta. Cresciuto in un campo profughi, il sociologo palestinese propone una lettura degli eventi che chiama in causa la responsabilità morale e sociale della guerra, sollecitando il lettore a considerare l’impossibilità, per chi è direttamente coinvolto nel frastuono bellico, di assumere una posizione super partes e la necessità, da parte del lettore, di cogliere la prospettiva dell’autore nel guardare alla concatenazione degli eventi.
Nel saggio si discute il fallimento degli Accordi di Oslo e la successiva intensificazione dell'oppressione israeliana con la conseguente erosione dei diritti palestinesi. Per comprendere il conflitto in atto a Gaza, l'autore introduce il concetto di "spaziocidio", descrivendo il progetto coloniale israeliano come una forma di sterminio attuato su uno specifico territorio con l’obiettivo di eliminare la popolazione palestinese.
Il testo traccia la traiettoria della violenza, evidenziando l'accelerazione dell'aggressione israeliana dopo il 2005, in violazione delle leggi internazionali e dei diritti umani con un ingente costo in termini di vittime da parte della popolazione palestinese. Le statistiche delle Nazioni Unite portate a dimostrazione di quanto asserito sottolineano l'impatto sproporzionato sulla popolazione palestinese, mettendo in discussione l'idea che questi possano essere superficialmente definiti “danni collaterali” del coflittto.
Nel saggio, quindi, si affronta il tema della responsabilità del mondo occidentale nel sostegno a Israele, proponendo una lettura del conflitto arabo-israeliano dominata da un laicismo islamofobico in contrapposizione ad Hamas, ed evidenziando il ruolo e la popolarità di Hamas come risposta all'assenza di soluzioni politiche e alla necessità di resistere al progetto coloniale israeliano. In questo senso, l'autore mette in discussione la narrazione occidentale e invita a un dialogo più bilanciato richiamando la comunità scientifica ed internazionale a cogliere una delle dure lezioni del 7 ottobre, che la mancanza di una soluzione alla causa palestinese, il finto senso di stabilità in Medio Oriente e il fallimento dell'immaginazione umanistica e civilizzatrice, hanno portato la regione sull'orlo di un abisso.
Sari Hanafi è un sociologo palestinese di fama internazionale il cui percorso accademico lo ha portato in Italia, Norvegia ed Egitto, dopo aver conseguito il dottorato presso l' École des hautes études en sciences sociales nel 1994 a Parigi in Francia. Attualmente è professore di sociologia, direttore del Centro di Studi Arabi e Mediorientali e presidente del Programma di Studi Islamici presso l'Università Americana di Beirut, in Libano. La sua carriera si caratterizza per la ricchezza dei riconosciementi per il suoi contributi scientifici e per i ruoli istituzionali che ha rivestito: è stato presidente dell'Associazione Internazionale di Sociologia e Vicepresidente del Consiglio Arabo per le Scienze Sociali. Nel 2019 ha ricevuto una laurea honoris causa dall'Universidad Nacional Mayor de San Marcos a Lima in Perù.È direttore editoriale di Idafat: the Arab Journal of Sociology e autore di numerosi articoli e libri, tra cui The Oxford Handbook of the Sociology of the Middle East (con A. Salvatore e K. Obuse) e Knowledge Production in the Arab World: The Impossible Promise (con R. Arvanitis). Il suo prossimo lavoro, intitolato "Ethics, religion and dialogical sociology", propone una riflessione sulla crescente religiosità in diversi contesti geografici, situandosi nell’intersezione tra sociologia politica e filosofia morale.
Sito e Bio dell'autore:
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Call for Papers su ONG e vulnerabilità nei Sud del mondo

OFFICINA SOCIALE COPE SEGNALA CALL FOR PAPERs al Congresso annuale della Swiss Sociological Association

E’ aperta la call for paper per il Congress of the Swiss Sociological Association 2024 (https://www.fhnw.ch/plattformen/sgs-kongress/) con scadenza 5 Gennaio 2024. Si segnala in particolare la sessione (vedi allegato) “The Role of International Non-Governmental Organizations (INGOs) in Counteracting and Reducing Vulnerabilities to Foster Social Change in the Global South” organizzata da Augusto Gamuzza e Marco Caselli.
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Solidarietà cosmopolita come processo di cura
    Officina COPE partecipa alla Conferenza Transitanti? Storie di vita Organizzato dall'Università degli studi di Cassino e Lazio Meridionale e dal Centro studi e ricerche IDOS 23 novembre 2023 – ore 9.00 Aula Magna “Federico Rossi” Campus Folcara – Via Sant’Angelo in Theodice, Cassino Augusto Gamuzza (Professore DISFOR - Unict / Presidente Officina Sociale) interviene con un contributo sull'ospedale di Nyololo del COPE in Tanzania dal titolo:
Solidarietà cosmopolita come processo di Cura. Il caso dell'ospedale di Nyololo in Tanzania attraverso le biografie dei volontari.
Leggi il programma Link alla pagina Stanza Meet https://meet.google.com/mwn-hyjn-vbk
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20 Ottobre settimana della Sociologia all'Università di Catania
Per la #settimanadellasociologia2023 al Dipartimento di Scienze della Formazione UNICT nel corso di laurea in Scienze dell'educazione e della formazione, UNICT abbiamo partecipato con altri relatori che hanno discusso con passione e competenza del rapporto fra terzo settore e #terzamissione dell’Università (Liana Daher, Manuele Manente, Guido Nicolosi, Ivana Borsotto, Anna Maria Leonora, Valeria Rossi). L'evento ha visto i relatori avvicendarsi nelle relazioni che hanno acceso un faro sulla necessità di costruire reti di senso fra riflessione scientifica e azione solidale.
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25 Ottobre-Presentato a Roma il Barometro dell'Odio nello Sport
L’hate speech online in ambito sportivo è in crescita e chi si informa sullo sport tramite i social incappa quasi sicuramente in qualche forma di commento d'odio. È il dato allarmante che spinge a una collaborazione ancora più forte per contrastare il fenomeno.
È stata presentata  il 25 ottobre la seconda edizione del 𝗕𝗮𝗿𝗼𝗺𝗲𝘁𝗿𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹'𝗢𝗱𝗶𝗼 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗦𝗽𝗼𝗿𝘁, nella Sala dei Presidenti CONI, al Foro Italico a Roma. All’evento, moderato dalla giornalista Annamaria Sodano, hanno preso parte il presidente del Centro Sportivo Italiano, Vittorio Bosio, il dirigente Vittorio Rosati del Centro Nazionale Sportivo Libertas, il dottor Carlo Mornati, Segretario Generale CONI, Sara Fornasir coordinatrice nazionale del progetto Odiare non è un Sport, Silvia Pochettino, responsabile della campagna di comunicazione #odiarenoneunosport, Giuliano Bobba e Antonella Seddone, professori dell'Università di Torino, Dipartimento di Culture, Politica e Società, che hanno condotto la ricerca e illustrato i dati del Barometro. Assieme a loro, hanno partecipato Alessia Pieretti, pentatleta, Ingrid van Marle, Presidente dell'Associazione Medaglie d'Oro al Valore Atletico (campionessa mondiale di pattinaggio), e il bronzo olimpico di canottaggio Stefano Oppo con un videomessaggio.
Qui l'articolo sulla presentazione della ricerca, dove potrete anche scaricare il Barometro integrale: barometro dell'odio
Odiare non è uno sport è un progetto promosso da CVCS in partenariato con 7 ong italiane con ampia esperienza nell’educazione alla cittadinanza globale (Amici dei popoli, ASPEm Celim Bergamo, COMI, COPE, LVIA, Progettomondo, gli enti di promozione sportiva Centro Sportivo Italiano e Centro Nazionale Sportivo Libertas, Informatici senza Frontiere e Impact Skills per lo sviluppo delle soluzioni tecnologiche e due Atenei (Università di Torino e Università di Trieste per la realizzazione della ricerca e la supervisione scientifica.
Il progetto è realizzato con il sostegno dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo.
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